Unknown
Galleggiare nello spazio è una figata.
Assolutamente.
Se non si è spersi su una nave abbandonata da millenni
grande quanto Philadelphia, infilata in un buco nero, con la navicella di
partenza completamente distrutta e una nave di alieni decisamente poco amichevoli
attraccata alla stessa mastodontica nave.
Ma per il resto è una fottuta figata.
Il ragazzino è in
piedi a testa in giù sul soffitto, ad osservare lo spazio che li circonda dopo
quella fuga frettolosa, quando la gravità del buco nero ha distrutto la loro
nave, impedendo le comunicazioni con la nave Gish loro alleata, la Solaria, e anche l’unico
modo per tornare sulla Terra.
Aveva lanciato un’occhiata a Brendan. Si era messo di fretta la tuta
spaziale, raccolto al volo due cose importanti e quindi aiutato i feriti ad arrivare
dentro quello spazioporto buio come la pece.
Finiti di mettere in sicurezza i feriti aveva lasciato spazio al medico di bordo e infilato una
mano in tasca, per recuperare il flaconcino con i tranquillanti.
Apre e chiude la mano attorno a quel contenitore di plastica. Lo sta per aprire quando un brivido gli passa sulla schiena. Si gira.
Apre e chiude la mano attorno a quel contenitore di plastica. Lo sta per aprire quando un brivido gli passa sulla schiena. Si gira.
Nota suo zio che lo guarda. Stira le labbra, girandosi in mano le
pasticche, movimento molto più facile grazie all’assenza di gravità.
“Zio… non ce la faccio.”
Un’altra occhiata.
“… Fanculo.”
Una risata.
“Sei patetico.
Lo sai che ti servono.
Prendile”
Osserva quelle pasticche,
apparentemente innocenti. Adocchia di nuovo in direzione di suo zio.
“Dai, dai!
Sei nello spazio chissà dove senza
nave, i Gish non si vedono.
Vi sarebbero già dovuti
venire a prendere, no?
Le comunicazioni sono
andate, non avete quasi acqua.
E poi quel tizio non
sta per morire? Come quella sera?”
Chiude gli occhi, digrigna i denti e prende un respiro profondo.
Gli occhi si alzano solo
per vedere lo zio che prende dei respiri profondi, come a dargli qualcosa da
seguire, per scandire il tempo.
Stringe il diario.
“No.”
“… non è finita piccolo
Jas.”
E semplicemente
sparisce con la stessa facilità
con la quale era
apparsa poco prima.