Hollow


Vai a parlare con qualcuno...Non fare il mio stesso errore.

“Sono un ipocrita.”

Non è a casa sua. Di nuovo. Ma in quella di Josephine. Di nuovo.
E’ sdraiato a letto mentre si gira piano l’anello al dito. Vorrebbe accendere la luce per studiare, guardare la televisione, stare al computer ma non può.
Non può perché c’è un bambino a fianco che dorme pacifico.
Si alza con calma e non accende neanche la luce, tanto ormai conosce quell’appartamento a memoria. Recupera i tranquillanti e esce sul balcone, nell’unico punto in cui non si vede la piscina.

***

“Che ore sono?”

Gira appena la testa per lanciare un’occhiata allo smartwatch. Il display indica le 4.52 del mattino.

4 ore e 21 minuti.

Rannicchia le gambe per stringerle, nascondendo la faccia. Gli sfugge una lacrima. Brucia. Aveva pianto per ore e solo da poco si era calmato.

Non era a casa sua. Era a casa di Josephine, in una camera enorme, su un letto comodo. Le aveva urlato di sparire, di andarsene che non erano cazzi suoi, glielo avevo chiesto implorante.

***

Si rannicchia per terra, appoggiando la schiena sul parapetto di vetro, l’unica cosa che non lo fa precipitare giù. Alza lo sguardo e vede le luci del City Centre e della Old City.

“No.”

Cerca qualcosa di più oscuro e sinistro, qualcosa che appena si nota, come un’ombra pronta ad aggredirti quando meno te lo aspetti.

La North. Casa. Matt.

Sai cosa ho detto a mammina proprio un mese fa? Che se ti beccavo a farti di qualche merda ti sparavo in un ginocchio personalmente. Hai due opzioni. O dirmi che diavolo ti succede, oppure mi dici quale ginocchio devo far saltare.

***

4.55 AM.
4 ore e 24 minuti.

Non l’aveva lasciato. Neanche un secondo. L’aveva lasciato sfogare con i medici, ai quali aveva urlato contro di tutto, cattivo, spaventato, terrorizzato, nel panico.
Alla fine era caduto per terra a piangere e lei l’aveva abbracciato.

4.56 AM.
4 ore e 25 minuti.

Aveva tentato di tornarsene a casa dal fratellino. Tremava. Jo aveva proposto di accompagnarlo. Le aveva urlato ancora di sparire. Non l’aveva fatto.

“Grazie.”

***

Osserva le pastiglie. Se le rigira tra le mani. Matt gliele aveva recuperate alla fine. E non gli aveva sparato.

“Perché gli hai detto la verità.”
“Mi ha costretto.”
“Potevi beccarti il proiettile.”

Apre il flacone. Fa freddo per essere Giugno. Fa cadere una pastiglia sul palmo della mano. Appoggia il flacone per terra e prende la pastiglia con il pollice e l’indice e la porta davanti alla luna.

“Uguale.”

Manda giù il tranquillante senza una parola. Chiude gli occhi e aspetta che faccia effetto. Con calma. Sente i muscoli rilassarsi. La mente sgombrarsi. Districarsi dai pensieri. Dissociarli. Lasciarli come pezzi di un puzzle nella scatola.

***

Aveva recuperato il fratello che aveva capito tutto da un’occhiata. I poteri dei gemelli. Era rimasto in silenzio mentre cercava di consolarlo.

4.58 AM.
4 ore e 27 minuti.

Jo si era allontanata per un secondo. Non li aveva lasciati andare un attimo. Gli sfugge un singhiozzo.

- Jas…?

Alza la testa per guardare il bambino che gli sta attaccato, sveglio con gli occhi gonfi di chi ha pianto a dirotto.

- Sono qui.

***

Si alza con calma e torna dentro. Cammina scalzo verso la camera. Non entra, rimane sulla porta a vedere se il fratellino dorme. I gatti cominciano a strofinarsi sulle gambe per farsi coccolare. Socchiude la porta senza fare rumore, prende in braccio le bestioline e poi va a sedersi sul divano. Gli fa le coccole mentre loro si mettono a gironzolare li attorno.

Almeno non mi fotto il cervello con la droga.

- Fanculo.

Sussurra, rimanendo a giocare con i gatti per tutta la notte, senza mai chiudere occhio.