Nightmares

Lo avevano portato via dal casino di Logan Circle per il Philadelphia General Hospital. Aveva dato un paio di direttive prima di partire e poi si era ammutolito. Controllato, sedato e curato tutto nel più rigoroso silenzio, prima di risvegliarsi nella camera d’ospedale. Aveva fatto abbassare le tapparelle e chiudere le tende quel tanto da farlo sprofondare nel buio. Quando rimane solo va a rannicchiarsi, per quanto possibile dalle bruciature alle gambe e si nasconde sotto le coperte.

Stare sotto le coperte non risolverà la situazione.

Gli erano tornate in mente le parole di quel medico che nel pomeriggio era passato a curarlo. Cioè, a curarlo e a fargli la paternale, il tutto solo perché non voleva uscire dal suo nascondiglio.

Stare sotto le coperte ha sempre funzionato, non vedo perché non dovrebbe farlo adesso.

Aveva replicato così, il tono freddo, prima di lasciarlo continuare a fare il suo lavoro.

“Papà… ci sono i mostri, ho paura.”

Ha cinque anni quando una notte pronuncia queste parole. Le rivolge ad un uomo sulla trentina, scuro in viso con la barba abbastanza lunga da far intuire che è da giorni che non se la fa.

“Jasper, non esistono i mostri. Torna a letto.”

Il bambino non si sposta da di fianco la sedia dove sta seduto l’uomo, che sta scrivendo velocemente su dei fogli, concentrato. Così concentrato che non si ferma neanche per guardarlo.

“Sì che ci sono. Si muovono veloci sul muro!”
“Sono le ombre che si spostano perché cambia la direzione della fonte di luce.”

Chi mai risponderebbe così ad un bambino che ha paura? Ma il piccolo non demorde. Lo osserva in silenzio per un attimo, cercando poi di prendere la maglia dell’uomo e tirarla piano, per disturbarlo, per costringerlo a guardarlo, a considerarlo.

“Ma le luci non si muovono da sole e non ci sono rumori giù.”

L’uomo smette di scrivere e gira appena la testa per guardarlo. Il bambino risponde al suo sguardo, osservandolo con gli occhi sgranati, tipico dei cuccioli di ogni specie. Lo fanno per suscitare tenerezza ed evitare di essere uccisi.
E’ una gara di tiro alla fune e alla fine la vince. L’uomo mette giù la penna e, sbuffando piano, va a prendere la mano del piccolo, accompagnandolo verso camera sua e quindi nel suo letto. Qui gli mette le coperte sopra la testa, in modo da isolarlo dal mondo esterno e tenerlo al buio.

“Ci sono ora i mostri?”

Il bambino se ne sta in silenzio sotto le coperte, aspettando che i mostri si facciano rivedere, con le manine vicino agli occhi, in modo da chiuderli se per caso arrivassero di nuovo.
Attende in silenzio, il cuore che batte in fretta, ma non succede nulla di nulla.

“No.”
“E’ la coperta. Ti protegge da tutto. Se tu stai li e non ti muovi i mostri non ti vedono e vanno via, Jasper. Ora dormi.”

Non aspetta neanche la risposta del piccolo, si alza, chiude la porta e se ne va, e il bambino lo riesce ad intuire dal rumore del pavimento che scricchiola sotto il peso dell’uomo.

“Sotto le coperte non esistono i mostri. Non esistono.”

Erano passati 14 anni da quel giorno ma le parole non erano cambiate.

“Sotto le coperte non esistono i mostri. Non esistono.”